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"Quando penso a Marina, mia allieva a Como presso la Fondazione Ratti e poi assistente nel mio studio per quattro lunghi anni, penso alla serietà con la quale ha intrapreso il suo impegno culturale verso l'arte.
Marina è per vocazione e per prassi di vita una vera artista che con grande coscienza si è, dapprima, dedicata a sviluppare quel lato, oggi nell'arte contemporanea sempre più raro anche se fondamentale per uno scultore, che è il disegno figurativo e progettuale, per approdare, in seguito, alla scultura vera e propria. In agguato da sempre, questa forma d'arte, è apparsa, per Marina, come una frequentazione naturale e alla fine preminente, vissuta come il suo disegnare, con perizia e emozione. L'opera di questa artista racconta di un amore per il corpo umano e di una pratica dello scolpire che, partendo da una rimeditazione dei suoi disegni e da quanto la grafica non può dire sulle tre dimensioni, diventano sempre più importanti e destinati a opere di qualità.
Inizialmente, Marina scolpisce direttamente il legno, con una libertà che ha delle tensioni e degli sviluppi plastici immuni dalle dolcezze della creta - troppo morbida, troppo facile da affrontare con la mano, troppo legata al passato accademico - per inseguire, poi, la libertà della nascita di un'opera scultorea, evitando, così, il facile modellare. Ne nascono opere forti, ben organizzate nella loro presenza e nella loro compattezza materica, costruite e qualitativamente interessanti.
Volumi, a volte anche antropomorfi ma liberi dal racconto e da una certa manualità scontata, caratterizzano le sue ultime produzioni artistiche; forme plastiche che appaiono criptiche laddove, invece, si rivelano in alcuni dettagli impossibili da catalogare troppo rapidamente e che, quindi, non rischiano di divenire superficiali. Quella di Marina è, infatti, una scultura celata e manifesta al tempo stesso, un immergersi in un viluppo che la occulta nella sua totalità e la fa riemergere in dettagli di impressionante potenza."

Francesco Somaini



"Le linee e le tracce di colore che Chiò sviluppa, come punti nervosi, diventano diramazioni neuronali di cui essa si serve per costruire uno spazio ritmico , trascendente il limite specifico dato dalla struttura del foglio.
Le linee grafiche e i punti appartengono ad un linguaggio pulsionale che diventa di volta in volta frase musicale, pausa, silenzio o sincope, trasformando l'apparente stato di quiete dell'oggetto in un incessante pulsare. L'inerte mondo quotidiano si trova, così, a parlare un linguaggio palpitante, sempre più animato, sempre più vivo."

Marina Mariani



(...) I suoi volumi corposi, forti di materia e suggestione di peso, si sono progressivamente liberati dall'onere, quasi conseguire una leggerezza liberatoria.
Come se il peso della cosa si fosse eclissato a vantaggio della forma dell'anima.
Eppure il corpo imprigionato dal peso richiamava persistente presenza. E l'estraneità ha imbrigliato l'anima.
ora reticoli come gabbie, prigioni filiformi di corde agglomerate e contorte a negazione di ogni sogno di libertà, avvolgono simbolici contenuti, corpi informali senza nome, semplici e poveri testimoni della privazione di autonomia.
I corpi erano prima prigionieri del loro volume, del medesimo peso che determina l'essere corpo: ora un processo liberatorio li ha condotti alla leggerezza ma non ha sciolto la cattività. Rimangono prigionieri nell'intreccio di gaglio sociali o psicologici, nella trama di un tessuto preordinato che appare effimero ma è in realtà invalicabile.
Non è mutato il contenuto del pensiero di Chiò ma ne beneficia la leggerezza della scultura. Ora l'invasione del corpo opprimente deriva paradossalmente dall'insistenza del vuoto: fili di corda determinano lo spazio e questo provoca volumi all'interno, bacelli o semi di una realtà in divenire, di un bozzolo forse anche in energia di crescita ma avrà sempre, n coerenza predestinata, il perimetro della prigionia.
E' precluso i sogno di Icaro, non sbucherà la farfalla, simbolo o monito, rimarranno imbrigliati nei lacci della costruzione.
Non urla ma ha voce, questa nuova scultura di Chiò. (...)

Claudio Rizzi



"La mia formazione è figurativa. Disegno in maniera molto forte e prediligo i materiali duri, per questo amo la calcografia. Ma mi interessano molto anche le forme e i volumi e questo mi ha portato verso la scultura. Inizialmente usavo il legno, poi ho cominciato a usare le resine e i fogli di carta. Le resine mi permettevano di creare sculture cave e di portare avanti un'indagine sulla superficie, un involucro che, come la nostra pelle, rappresenta il punto di contatto con l'esterno.
Adesso invece realizzo delle specie di bozzoli, che possono essere visti come strumenti di protezione ma anche come delle vere e proprie gabbie.
Dietro queste opere c'è un invito a riflettere sul modo in cui ci rapportiamo agli altri. Per me, infatti, comunicare è fondamentale ma spesso usiamo la cultura e la morale per difenderci e allontanare chi è diverso da noi. Lavorare con la carta vuol dire usare un mezzo di comunicazione fondamentale.
Quando è riciclata, inoltre conserva scritte, tracce che rimandano ad altro e costituiscono un legame col passato".


Barbara Ferradini - SETTEGIORNI - 15 Agosto 2008